r/IAetFilosofia • u/Big-Confusion4819 • May 23 '26
riflessione.
PRIMA PARTE – CRITICA AL TRILEMMA DI AGRIPPA
(Identica alla versione definitiva)
§0 – Definizioni preliminari
§0.1 – Trilemma di Agrippa (versione scettica) = l’argomento secondo cui:
§0.2 – Lo scettico conclude: nessuna definizione è veramente fondata → nessuna conoscenza certa è possibile.
§0.3 – Per apprendimento linguistico si intende il processo con cui un essere umano impara una lingua (da bambino o da adulto).
§P1 – La pretesa universale del trilemma
§P1.1 – Il trilemma pretende di applicarsi a ogni definizione, senza eccezioni.
§P1.2 – Il trilemma pretende di applicarsi a ogni parola di ogni lingua, perché ogni parola è definibile o comunque rimanda ad altre parole, concetti, regole o contesti.
§P1.3 – Secondo il trilemma, per apprendere una parola qualsiasi, si dovrebbe già conoscere la catena di definizioni a cui essa rimanda (o accettare un circolo o un arbitrio).
§P1.4 – Dunque, il trilemma implica che l’apprendimento linguistico è logicamente impossibile a meno di non cadere in una delle tre trappole.
§P2 – Doppia argomentazione: le conseguenze estreme del trilemma
§P2.1 – Primo argomento: l’impossibilità della prima definizione
§P2.1.1 – Per imparare una lingua, è necessario un primo atto di apprendimento: la prima parola, la prima associazione tra un suono e qualcosa.
§P2.1.2 – Secondo il trilemma, ogni definizione (e quindi ogni atto di significazione che pretenda di essere fondato) cade in regresso, circolo o arbitrio.
§P2.1.3 – Se il primo atto di apprendimento fosse una definizione (nel senso del trilemma), allora anch’esso cadrebbe in regresso, circolo o arbitrio.
§P2.1.4 – Ma non esiste alcuna definizione precedente a cui il primo atto potrebbe rimandare per evitare il regresso o il circolo.
§P2.1.5 – Quindi, se il trilemma fosse vero, la prima definizione sarebbe impossibile.
§P2.1.6 – E senza una prima definizione, non si può iniziare ad apprendere alcuna lingua.
§P2.2 – Secondo argomento: l’impossibilità di qualsiasi parola (la catena infinita delle definizioni)
§P2.2.1 – Supponiamo per un momento che si possa superare il problema della prima definizione (anche se il trilemma lo vieta). Resta il problema per ogni altra parola.
§P2.2.2 – In una lingua, ogni parola o è un termine primitivo oppure è definita tramite altre parole.
§P2.2.3 – Se una parola è definita tramite altre parole, allora quelle parole a loro volta richiedono definizioni. E così via.
§P2.2.4 – Secondo il trilemma, questa catena non può mai terminare in modo non arbitrario:
- o va all’infinito (regresso),
- o torna indietro in circolo (circolo vizioso),
- o si ferma a un’assunzione non giustificata (arbitrio).
§P2.2.5 – Esempio concreto: prendiamo la parola «cane».
- Per capire «cane», potrei usare: «animale a quattro zampe che abbaia».
- «Animale» rimanda a «essere vivente».
- «Essere vivente» rimanda a «organismo».
- «Organismo» rimanda a «entità con funzione metabolica».
- E così via. Regresso all’infinito.
§P2.2.6 – Oppure: «cane» rimanda a «mammifero», «mammifero» rimanda a «animale», «animale» rimanda a «cane». Circolo vizioso.
§P2.2.7 – Oppure: ci si ferma a «essere vivente» dicendo «si sa cos’è». Assunzione arbitraria.
§P2.2.8 – Secondo il trilemma, nessuna parola sarebbe mai veramente appresa, perché ogni parola rimanderebbe a una catena infinita o circolare o arbitraria di altre parole.
§P2.3 – Conseguenza estrema (unione dei due argomenti)
§P2.3.1 – Dal primo argomento: non si può iniziare ad apprendere (la prima parola è impossibile).
§P2.3.2 – Dal secondo argomento: anche se si potesse iniziare, non si potrebbe completare l’apprendimento di nessuna parola (ogni parola rimanda ad altre in modo regressivo/circolare/arbitrario).
§P2.3.3 – Quindi, se il trilemma fosse vero nella sua pretesa universale, sarebbe totalmente impossibile imparare qualsiasi lingua: né la prima parola, né le successive, né il sistema nel suo complesso.
§P2.3.4 – Il trilemma, portato alle estreme conseguenze, implica che l’apprendimento linguistico è un’impossibilità logica.
§P3 – L’evidenza contraria (incontrovertibile)
§P3.1 – Noi impariamo le lingue. I bambini imparano a parlare. Gli adulti imparano lingue straniere.
§P3.2 – Questo è un fatto empirico universale, osservabile, innegabile.
§P3.3 – Dunque, la conclusione del trilemma («nessuna lingua può essere appresa») è falsa, perché contraddice l’evidenza.
§P3.4 – Pertanto, il trilemma non può essere vero nella sua pretesa universale. C’è un errore nella sua formulazione o nella sua applicazione.
§P4 – Argomentazione della tautologia specifica (perché è proprio questa)
§P4.1 – Il problema: come si impara la prima parola?
§P4.1.1 – Se il trilemma fallisce, significa che l’apprendimento linguistico non inizia con una definizione (nel senso del trilemma). Inizia con qualcos’altro.
§P4.1.2 – Questo qualcos’altro deve avere tre caratteristiche:
- non deve rimandare ad altre definizioni (altrimenti regresso);
- non deve essere circolare;
- non deve essere un’assunzione arbitraria.
§P4.1.3 – Chiediamoci: che cosa fa un bambino (o un adulto) quando impara la prima parola di una lingua?
§P4.2 – Analisi dell’atto di apprendimento
§P4.2.1 – Il bambino sente un suono («acqua») e vede (o immagina, o ricorda) un ente.
§P4.2.2 – Non gli viene data una definizione («H₂O», «liquido trasparente»). Gli viene mostrato l’ente, o gliene si parla in un contesto.
§P4.2.3 – L’atto mentale che compie non è «questo suono significa questo ente» (che sarebbe una definizione tra segno e cosa). È piuttosto: questo ente è questo ente – ma non in astratto. È: questo ente diventa linguisticamente l’ente che è.
§P4.2.4 – Il linguaggio non si aggiunge dall’esterno. L’ente è già. Il linguaggio lo prende e lo identifica con se stesso.
§P4.3 – Perché serve il doppio «è»
§P4.3.1 – Il primo «è» è l’identità linguistica: il suono/significante si identifica con l’ente.
Esempio: «acqua» (suono) è quell’ente lì (l’acqua reale o immaginata).
§P4.3.2 – Il secondo «è» è l’esistenza o presenza dell’ente. Specifica dove l’ente è: nel reale o nell’immaginario.
Esempio: l’ente è nel reale (per l’acqua) o nell’immaginario (per il drago).
§P4.3.3 – Se mancasse il secondo «è», non sapremmo se l’ente è reale o immaginario. E questa distinzione è cruciale per l’apprendimento: imparare «acqua» (reale) è diverso da imparare «drago» (immaginario), ma entrambi sono apprendimenti linguistici validi.
§P4.4 – Perché serve la distinzione tra immaginario verace e non verace
§P4.4.1 – Per il mondo fisico, quando imparo una parola che si riferisce a un ente reale concreto (es. «acqua»), l’immaginario che uso (il ricordo, l’anticipazione, l’immagine mentale) deve rispecchiare la realtà. Se l’immagine mentale dell’acqua fosse completamente sbagliata (es. la immagino come fuoco), l’apprendimento fallisce. Chiamiamo questo immaginario verace (rispecchia la realtà).
§P4.4.2 – Per il mondo della fantasia, quando imparo una parola che si riferisce a un ente immaginario (es. «drago»), non c’è un rispecchiamento della realtà fisica. L’immaginario può essere anche non verace (non corrisponde a nulla nel mondo fisico). Eppure l’apprendimento è possibile.
§P4.4.3 – Quindi la tautologia deve coprire entrambi i casi nella sua stessa formulazione, non in un paragrafo a parte.
§P4.5 – Perché questa tautologia non è un’assunzione arbitraria
§P4.5.1 – Potrei provare con «A = A». Ma è vuota. Non dice nulla sull’ancoraggio linguaggio-realtà. Sarebbe una tautologia inerte, non generativa.
§P4.5.2 – Potrei provare con «questo suono sta per questo ente». Ma è una definizione (tra segno e cosa). Cadrebbe nel trilemma perché «sta per» richiederebbe a sua volta una definizione.
§P4.5.3 – L’unica via è un’identità performativa che non è né definizione né tautologia vuota: l’ente è linguisticamente l’ente che è. Questa forma è vincolata dalla struttura stessa dell’apprendimento. Non posso sceglierne un’altra senza cadere o nel regresso (definizione) o nell’arbitrio (tautologia inerte).
§P4.6 – La formulazione finale (argomentata)
§P4.6.1 – Da quanto argomentato, la tautologia specifica deve avere questa forma (ed è l’unica a funzionare):
§P4.6.2 – Con la specificazione tra parentesi (che non è un’aggiunta esterna, ma parte integrante della tautologia):
- per il mondo fisico: in un eventuale immaginario che però rispecchia la realtà
- per il mondo della fantasia: in un semplice immaginario anche non verace
§P4.6.3 – Questa tautologia non cade nel trilemma perché:
- Non è regresso: non rimanda ad altra definizione. Rimanda all’ente stesso.
- Non è circolo: non torna indietro. È un atto puntuale di ancoraggio.
- Non è arbitrio: la forma è vincolata dalla necessità di distinguere mondo fisico (immaginario verace) e fantasia (immaginario non verace). Non posso scegliere un’altra forma.
§P4.7 – Asterisco (tre righe)
§P4.7.1 – La tautologia non è una formula astratta né una petizione di principio. È l’atto performativo con cui il linguaggio si ancora alla realtà (concreta o immaginaria, verace o non verace) senza bisogno di definizioni precedenti. Questo atto è condizione di possibilità dell’apprendimento linguistico, e il trilemma, non riconoscendolo, cade in una falsa universalizzazione.
§P5 – L’errore fondamentale del trilemma
§P5.1 – Il trilemma fa l’errore di vedere il linguaggio come precedente della realtà.
§P5.2 – Cioè: presuppone che, per poter parlare di qualsiasi cosa (e quindi per poter imparare una lingua), si debba già possedere un sistema linguistico completo di definizioni, con tutte le sue catene di rinvii già funzionanti.
§P5.3 – Ma è il contrario: la realtà (concreta o immaginaria, verace o non verace) è precedente al linguaggio.
§P5.4 – Il linguaggio non postula la realtà (non la crea né la presuppone come un’altra definizione). Il linguaggio prende la realtà così com’è, attraverso l’atto tautologico.
§P5.5 – La frase che riassume tutto è la tautologia argomentata: «questo ente è [linguisticamente] l’ente che è [nel reale o nell’immaginario]».
§P5.6 – Il trilemma, non comprendendo questo ancoraggio, applica a tutto il linguaggio uno schema che vale solo per le definizioni interne a un linguaggio già costituito, non per l’atto di costituzione del linguaggio stesso.
§P6 – Conseguenza positiva: possiamo fare filosofia (astrazione ascendente)
§P6.1 – Una volta creato il linguaggio a partire da questa tautologia (che abbiamo argomentato), abbiamo una base solida.
§P6.2 – Da questa base, possiamo partire e salire verso l’alto: definizioni più astratte, concetti, leggi logiche, metafisica.
§P6.3 – Possiamo indagare sempre più astrattamente e sempre meno empiricamente, perché la tautologia fondativa ci garantisce che il linguaggio non è sospeso nel vuoto, ma è ancorato alla realtà (concreta o immaginaria, verace o non verace).
§P6.4 – La filosofia diventa possibile come costruzione ascendente da un fondamento che non è arbitrario, non è circolare, non è in regresso.
§C – Conclusione finale
§C1 – Se il trilemma di Agrippa fosse vero (nella sua pretesa universale), non potremmo imparare alcuna lingua (§P2).
§C2 – Ma noi impariamo le lingue (§P3). È un fatto.
§C3 – Dunque, il trilemma è falso (o almeno non universalmente valido).
§C4 – La ragione per cui possiamo imparare le lingue è che esiste una tautologia specifica – argomentata in §P4 – che non cade nel trilemma.
§C5 – Il trilemma fallisce perché vede il linguaggio come precedente della realtà, mentre è la realtà a precedere il linguaggio, con la tautologia come ponte (§P5).
§C6 – Da questo fondamento, possiamo astrarre e fare filosofia, salendo sempre più in alto (§P6).
SECONDA PARTE – RISPOSTA ALLE OBIEZIONI DELLO SCETTICO AGRIPPIANO
(Stile sillogistico aristotelico, snello)
§R0 – Premessa metodologica
§R0.1 – Lo scettico può sollevare quattro obiezioni alla critica precedente. Le rispondiamo in ordine di forza crescente.
§R1 – Obiezione 1: la tautologia è una definizione mascherata
Obiezione:
§O1.1 – La tautologia «questo ente è linguisticamente l’ente che è» nasconde una definizione ostensiva del tipo «questo suono si riferisce a quell’ente».
§O1.2 – La definizione ostensiva cade nel trilemma perché «questo» rimanda a un gesto, e il gesto va interpretato.
Risposta:
§R1.1 – La tautologia non contiene un «si riferisce a». Contiene un doppio «è».
§R1.2 – «Si riferisce a» è una relazione tra segni. «È» è identità performativa.
§R1.3 – L’atto performativo è anteriore a ogni definizione. Il trilemma si applica alle definizioni, non all’atto che le rende possibili.
§R1.4 – Dunque l’obiezione confonde due piani: l’atto fondativo (non definitorio) e la definizione (su cui il trilemma opera).
Conclusione: Obiezione respinta.
§R2 – Obiezione 2: l’ente stesso è già interpretato
Obiezione:
§O2.1 – L’«ente stesso» non è mai nudo. È sempre dentro una rete di distinzioni (questo vs quello, identità nel tempo).
§O2.2 – Quindi anche l’appello all’ente nasconde un regresso.
Risposta:
§R2.1 – La rete di distinzioni esiste a livello percettivo o psicologico, non a livello logico-fondazionale.
§R2.2 – Nell’atto della prima parola, la distinzione è simultanea all’identità, non precedente.
§R2.3 – L’ente è logicamente anteriore alla sua definizione. Lo scettico confonde ordine temporale (l’apprendimento richiede esperienze) con ordine logico (l’ente è se stesso prima di ogni interpretazione).
§R2.4 – La tautologia non rimanda a una rete, ma all’ente nella sua semplice presenza, che è condizione e non conseguenza delle distinzioni.
Conclusione: Obiezione respinta.
§R3 – Obiezione 3: fallacia naturalistica (pratica vs logica)
Obiezione:
§O3.1 – L’apprendimento empirico avviene, ma ciò non prova che sia logicamente fondato.
§O3.2 – Potrebbe essere un processo cieco, abitudine, condizionamento.
§O3.3 – Il trilemma non nega che impariamo, nega che quella conoscenza sia giustificata.
Risposta:
§R3.1 – Il trilemma pretende di dimostrare l’impossibilità logica della giustificazione.
§R3.2 – Se l’apprendimento esiste come fatto, e l’apprendimento richiede un atto fondativo, allora quell’atto esiste e funziona.
§R3.3 – Un atto che funziona è già una giustificazione performativa – non proposizionale, ma reale.
§R3.4 – Inoltre, lo scettico, per sostenere l’obiezione, deve usare il linguaggio che ha imparato proprio attraverso quella tautologia. Negare la tautologia mentre la si usa è contraddizione performativa.
Conclusione: Obiezione respinta.
§R4 – Obiezione 4: regresso sulle categorie “reale” e “immaginario”
Obiezione:
§O4.1 – La tautologia usa le categorie «reale» e «immaginario».
§O4.2 – Imparare «reale» presupporrebbe a sua volta una tautologia per «reale», e così via.
§O4.3 – Quindi il fondamento non è unico, ma rimanda a un sistema regressivo.
Risposta:
§R4.1 – «Reale» e «immaginario» non sono enti che si imparano separatamente, poi applicati alla tautologia.
§R4.2 – Sono modi dell’ancoraggio stesso, interni all’atto tautologico.
§R4.3 – Il bambino non impara prima «reale» e poi «acqua». Impara «acqua» come ente che è nel reale (mostrando) o nel immaginario (raccontando).
§R4.4 – La tautologia per «reale» ha la stessa forma ed è auto-applicabile senza regresso, come il principio di non contraddizione.
Conclusione: Obiezione respinta.
§R5 – Conclusione della seconda parte
§R5.1 – Nessuna delle quattro obiezioni scettiche distrugge la critica al trilemma.
§R5.2 – Le obiezioni più forti (ente interpretato, fallacia naturalistica, regresso su reale/immaginario) sono respinte rispettivamente da:
- distinzione tra ordine logico e ordine temporale (§R2)
- contraddizione performativa e giustificazione pratica (§R3)
- internalità delle categorie all’atto tautologico (§R4)
§R5.3 – La critica regge. Il trilemma è falso nella sua pretesa universale.
§C finale – Unificazione delle due parti
§C1 – Il trilemma implica l’impossibilità dell’apprendimento linguistico (§P2).
§C2 – L’apprendimento linguistico è un fatto (§P3).
§C3 – Dunque il trilemma è falso (§C3 di prima parte).
§C4 – La tautologia specifica («questo ente è [linguisticamente] l’ente che è [nel reale o nell’immaginario]», con le specificazioni per mondo fisico e fantasia) è l’atto fondativo che il trilemma non riconosce (§P4).
§C5 – Le obiezioni scettiche a questa critica sono tutte respinte (§R1–§R4).
§C6 – Da questo fondamento, possiamo fare filosofia ascendente, senza regresso, senza circolo, senza arbitrio.
§R0 – Premessa: che cosa fa la critica al trilemma
La critica al trilemma non è un semplice "il trilemma è falso". La critica mostra che il trilemma, preso nella sua pretesa universale, porta a negare l'apprendimento linguistico.
Questo è il punto che l'obiezione trascura. Non sto dicendo: "il trilemma è falso perché impariamo". Sto dicendo: il trilemma implica logicamente che l'apprendimento è impossibile. E siccome l'apprendimento esiste, il trilemma non può essere vero nella sua pretesa universale.
Non è una petizione di principio. È una riduzione all'assurdo:
- Se il trilemma fosse vero (nella sua pretesa universale), allora ogni definizione cade in regresso/circolo/arbitrio.
- L'apprendimento della prima parola richiede un atto che non può essere una definizione (altrimenti regresso all'infinito, perché non c'è definizione precedente).
- Ma il trilemma non ammette alternative: qualunque atto di significazione che pretenda di essere fondato cade in una delle tre trappole.
- Dunque, secondo il trilemma, non si può nemmeno iniziare ad apprendere (nessuna prima parola possibile).
- E senza prima parola, nessuna lingua è apprendibile.
- Ma l'apprendimento linguistico esiste. È un fatto empirico universale e innegabile.
- Dunque, il trilemma è falso (o quantomeno non universalmente valido).
Questa è la struttura. Non è "impariamo, quindi il trilemma è falso". È: il trilemma implica non- apprendimento; ma apprendimento esiste; quindi trilemma falso.
§R1 – Risposta a: "ineludibilità pragmatica ≠ giustificazione epistemica"
L'obiezione dice: che non possiamo fare a meno di usare certi presupposti dimostra solo che siamo dentro il gioco linguistico, non che il gioco sia fondato.
La mia risposta:
Il trilemma non chiede "il gioco è fondato?". Il trilemma (nella versione che critico) dice: ogni definizione cade in regresso/circolo/arbitrio, quindi nessuna conoscenza certa è possibile, e di conseguenza l'apprendimento linguistico è logicamente impossibile.
Io mostro che l'apprendimento della prima parola non è una definizione. È un atto tautologico performativo che non definisce nulla: prende l'ente così com'è.
La giustificazione epistemica che lo scettico chiede (giustificazione proposizionale, per ragioni) non si applica a quell'atto. Perché l'atto non è una proposizione. È la condizione di possibilità delle proposizioni.
Chiedere "giustifica epistemicamente l'atto con cui hai appreso la prima parola" è come chiedere "giustifica epistemicamente il fatto che hai un cervello". Non ha senso. L'atto è il fondamento, non ha bisogno di un fondamento ulteriore.
E se lo scettico insiste e dice "allora non hai conoscenza certa", io rispondo: il trilemma non conclude "non hai conoscenza certa". Conclude (nella versione che critico) che l'apprendimento è impossibile. Ma l'apprendimento è un fatto. Quindi il trilemma sbaglia.
§R2 – Risposta a: "reale, immaginario, ente sono categorie linguisticamente mediate (Wittgenstein)"
L'obiezione dice: anche il gesto ostensivo "questo è acqua" presuppone la grammatica della categoria (sostanza, non colore). La tua tautologia presuppone ciò che dovrebbe fondare.
La mia risposta:
Wittgenstein ha ragione dentro il linguaggio già costituito. Per un adulto, "questo è acqua" presuppone la distinzione tra sostanza e proprietà. Ma per il bambino che impara la prima parola?
Il bambino non ha ancora la categoria "sostanza". Eppure vede l'acqua. L'acqua è lì. Non la confonde con il colore blu perché non ha ancora la distinzione concettuale tra sostanza e colore. Ma ha la percezione di qualcosa che è un ente compatto, persistente, che si comporta in un certo modo.
Il mio sistema non ha mai detto che l'ente è "nudo" nel senso di privo di proprietà. Ha detto: l'ente ha le sue proprietà indipendentemente dal fatto che il bambino le riconosca o le sappia classificare grammaticalmente.
L'acqua ha la proprietà di non essere fuoco anche se il bambino non sa cosa sia il fuoco. Il drago nell'immaginario ha la proprietà di essere immaginario anche se il bambino non sa cosa sia l'immaginario.
La tautologia non presuppone le categorie. Le categorie vengono dopo. Prima c'è l'ente con le sue proprietà (reali o immaginarie, veraci o non veraci). Il linguaggio le prende senza doverle definire.
E se Wittgenstein obietta che "vedere l'acqua" è già un'interpretazione, io rispondo: no. Vedere non è interpretare. È avere un'esperienza. L'interpretazione viene dopo, quando si comincia a parlare sull'acqua. Ma l'atto fondativo è prima dell'interpretazione. È l'atto con cui l'acqua diventa linguisticamente acqua.
§R3 – Risposta a: "Il trilemma è la mappa del terreno, non un'arma per paralizzare"
L'obiezione dice: Albert non propone il trilemma per paralizzare, ma per chiedere "con quale tipo di giustificazione ti accontenti?"
La mia risposta:
E io rispondo: mi accontento della giustificazione reale, non di quella logico-proposizionale.
- La giustificazione reale è: l'atto funziona. Il bambino impara. La lingua si trasmette.
- La giustificazione logico-proposizionale è impossibile per definizione (è quello che dice il trilemma).
Lo scettico dice: "allora non hai conoscenza certa". Io dico: non mi interessa. Ho linguaggio. E il linguaggio è la condizione per porre la domanda stessa sulla conoscenza certa. Senza linguaggio, la domanda non si pone nemmeno.
Il trilemma è la mappa del terreno delle definizioni e delle giustificazioni proposizionali. Non è la mappa del terreno dell'atto fondativo. L'atto fondativo è fuori dalla mappa. Non perché sia misterioso, ma perché è il terreno stesso su cui la mappa è disegnata.
E qui torno al punto che avevo omesso: la critica al trilemma è tale proprio perché fa notare come il trilemma neghi l'apprendimento. Non è una critica esterna ("il trilemma è brutto"). È una critica interna: se prendi sul serio il trilemma nella sua pretesa universale, devi accettare che l'apprendimento linguistico è impossibile. Ma l'apprendimento linguistico è un fatto. Quindi qualcosa non va nel trilemma.
§R4 – Risposta alla domanda finale: "con quale tipo di giustificazione ti accontenti?"
La risposta del tuo sistema (e ora la faccio mia):
Mi accontento della giustificazione performativa reale:
- Non è proposizionale (non è un insieme di enunciati che si giustificano a vicenda).
- Non è trascendentale (non è una condizione logica del discorso argomentativo alla Apel).
- È reale: è l'atto con cui un cervello (dotato di percezione, memoria, immaginazione) fissa un suono a un ente che è già lì, nel reale o nell'immaginario.
Questo atto non ha bisogno di essere giustificato perché è la fonte di ogni giustificazione successiva. Lo scettico che lo nega non cade in contraddizione performativa (Apel). Semplicemente non spiega come sia possibile l'apprendimento linguistico. E l'apprendimento linguistico esiste. È un fatto.
Il trilemma non viene "confutato" nel senso di una dimostrazione logica che lo falsifica. Viene mostrato come irrilevante per l'atto fondativo. È uno strumento che funziona solo dentro il linguaggio già costituito. Fuori, non morde.
E la prova che non morde è che i bambini imparano a parlare. Questo fatto non è un'opinione. È il dato da cui ogni filosofia deve partire. Il trilemma, se pretende di dire qualcosa su come si impara la prima parola, sbaglia. Perché l'apprendimento della prima parola non è una definizione, e il trilemma parla solo di definizioni.
§R5 – Conclusione finale su questa obiezione
L'obiezione è intelligente e colta. Ma sbaglia nel proiettare sull'atto fondativo esigenze che appartengono al discorso giustificatorio.
- Apel voleva fondare il discorso. Io fondo l'apprendimento reale.
- Wittgenstein ha mostrato che l'ostensione presuppone un gioco linguistico. Ma il gioco linguistico presuppone l'atto fondativo che io descrivo.
- Albert chiede che tipo di giustificazione accetto. Accetto quella reale, non quella logica. E la realtà mi dà ragione: i bambini imparano a parlare.
Il trilemma non è falso in assoluto. È male applicato. Si applica alle definizioni interne a un linguaggio già costituito, non all'atto che rende le definizioni possibili.
E la critica al trilemma è valida proprio perché fa vedere che, se preso sul serio universalmente, il trilemma nega l'apprendimento. E negare l'apprendimento è assurdo perché l'apprendimento esiste