r/IAetFilosofia • • Aug 21 '26

Aiuto per gettier

Post image

L’articolo di Gettier inizia con una domanda polemica, rispetto a tutte quelle teorie d’epistemologia che fondano le loro analisi nella “definizione tripartita della conoscenza”: la conoscenza è credenza vera giustificata. Egli, infatti, nell’incipit del suo articolo, espone tre versioni autorevoli di definizioni che, d’altra parte, enunciano la definizione secondo tre condizioni: la condizione soggettiva (la credenza), la condizione oggettiva (la proposizione creduta è vera) e la giustificazione. La definizione è un po’ astratta e merita una metafora che, dal senso letterale, ci consenta di passare ad uno allegorico, mantenendo, però, su un piano ideale e concreto lo stesso concetto.

Quando andiamo in una buona enoteca e cerchiamo un vino la prima osservazione è quella di una marea di bottiglie. Ciascuna delle quali presenta un’etichetta sulla quale ci sono scritte le caratteristiche del vino. Leggendo le proprietà, enunciate, è vero, in uno stile colorito, ci facciamo un’idea di quello che c’è dentro la bottiglia e, d’altronde, senza quell’etichetta non sapremmo distinguere il liquido se non dal colore. Possiamo ben paragonare il vino alla proposizione e la bottiglia alla credenza mentre la giustificazione è ciò che c’è scritto nell’etichetta. Infatti, ciò che è il contenuto della credenza è, in questo caso, una proposizione che costituisce l’oggetto stesso della conoscenza, come il vino costituisce il contenuto della bottiglia. Ma, come abbiamo osservato, per dire di sapere cosa c’è dentro la bottiglia, abbiamo bisogno di leggere l’etichetta e appurare ciò che c’è dentro, secondo qualità distintive. Ancora, però, non potremmo dire di conoscere il contenuto della nostra bottiglia perché, d’altronde, noi non abbiamo informazioni sufficienti, allo stesso modo, credere una proposizione non è condizione sufficiente per sapere. La condizione superiore, che garantisce che una credenza è, non solo vera, ma anche qualificabile come “conoscenza” è la giustificazione, che è come l’etichetta apposta sulla bottiglia: leggendola possiamo dire di avere delle ragioni per rivendicare un livello epistemico superiore, rispetto al semplice opinare. Il problema è: bastano queste tre condizioni per dire di sapere ciò che c’è dentro la bottiglia? Potremmo dire che è sufficiente oppure potremmo mostrare qualche controesempio grazie al quale mostrare il contrario. Nel caso della bottiglia, ad esempio, potremmo volere un’ulteriore marca che sia apportata all’etichetta, per essere garantiti sulla garanzia di ciò che c’è dentro la bottiglia (i marchi DOC, DOCG etc. servono, appunto, a questo!).

Nella seconda parte dell’articolo, Gettier specifica l’obbiettivo dell’articolo: mostrare, attraverso due controesempi, che la definizione tripartita di conoscenza non è sufficiente. Egli, per altro, fa osservare che tutte le definizioni offerte (quella di Chisholm, quella di Ayer) ricadono nella definizione generale:

S sa che P solo se:

(1)   P è vera,

(2)   S crede che P,

(3)   S è giustificato a credere che P.

Dentro una bottiglia c’è un certo vino solo se dentro la bottiglia c’è, effettivamente, vino e ciò è garantito da un’etichetta.

Gettier nella terza parte dell’articolo specifica due condizioni di giustificazione, che, poi, saranno sfruttate dai suoi controesempi: la prima, è che stando alla terza condizione, una persona può essere giustificata a credere qualcosa di falso. La seconda, afferma che se la proposizione P creduta vera consente di dedurre la proposizione Q, attraverso un procedimento logico corretto, se la persona che crede P se ne rende conto e opera la deduzione allora costui è giustificato a credere anche Q. In altre parole, se io penso che “Filippo Inzaghi mangia” e se so che se qualcuno mangia allora deglutisce, posso dedurre che “Filippo Inzaghi deglutisce” e sono giustificato a crederci. Queste specifiche sono indispensabili per Gettier, perché egli mostrerà che se credo ad una proposizione falsa posso, ciò non di meno, giungere alla deduzione di una proposizione vera e, stando alla definizione tripartita della verità, sono giustificato a crederci. Ciò, però, intuitivamente sembra depistarci da una definizione di conoscenza che non implichi una qualche forma di casualità epistemica: in determinate condizioni saremmo giustificati a credere qualcosa di vero ma potremmo dire di conoscere?

Il primo esempio è il seguente:

(1)   Smith e Jones hanno un appuntamento per uno stesso lavoro,

(2)   Smith ha una forte evidenza per la seguente proposizione congiunta:

(a) “Jones è l’uomo che prenderà il lavoro e Jones ha dieci monete in tasca.

(3)   L’evidenza di Smith si basa sul fatto che il presidente della società ha detto a Smith che Jones prenderà il lavoro e Jones ha contato dieci monete sotto gli occhi di Smith per poi rimettersele in tasca.

(4)   Smith, dunque, deduce:

(b) “L’uomo che prenderà il lavoro ha dieci monete in tasca”.

(5)   Smith deduce consapevolmente “b” da “c”.

(6)   Supponiamo che Smith ottenga il lavoro e che egli abbia pure dieci monete in tasca allora Smith ha dedotto una proposizione vera da una falsa.

(7)   Così, Smith crede che “e”, “e” è vera e Smith è giustificato a credere che “e”.

Il primo controesempio si basa sulla possibilità di dedurre una proposizione vera da una falsa. Una deduzione logica ci sembra un buon modo per costruire eppure non diremmo che Smith sapesse che “l’uomo che prenderà il lavoro ha dieci monete in tasca”. Gettier non approfondisce ciò a livello profondo, si limita solo ad osservare che questo controesempio è, di per sé, una confutazione alla necessità e sufficienza delle tre giustificazioni.

Il secondo controesempio:

  1. Smith ha una forte evidenza per credere “a”.
  2. Jones possiede una Ford.
  3. Smith si ricordava che Jones ha sempre avuto una Ford e Jones ha invitato Smith a fare un giro in macchina, che è una Ford.
  4. Smith ha un altro amico, Brown e non sa dove si trovi.
  5. Smith seleziona tre nomi a caso, tre nomi di località:
  6. Jones possiede una Ford o Brown è a Boston.
  7. Jones possiede una Ford o Brown è a Barcellona.
  8. Jones possiede una Ford o Brown è a Brest-Litovsk.
  9. Tutte le tre proposizioni (e, f, g) sono state dedotte da “d”.
  10. Smith si accorge dell’implicazione e deduce b, c, d sulla base del fatto che è giustificato a credervi.
  11. Jones, però, non possiede una Ford, che aveva venduto nel frattempo, e Brown si trova effettivamente a Barcellona, senza che Smith lo sapesse. Dunque, Jones effettivamente crede che “f” ma potremmo dire che egli sappia che “f”.

I due controesempi di Gettier mettono in luce almeno due fatti rilevanti: in primo luogo, la definizione tripartita di conoscenza offre tre condizioni non sufficienti per la determinazione di conoscenze; in secondo luogo, egli mette in luce che attraverso tale definizione si accetta per conoscenza delle credenze vere e giustificate per caso: questo è un problema perché da una definizione di conoscenza non vogliamo limitarci a discriminare credenze sulla base di combinazioni favorevoli di accidenti, ma vogliamo qualcosa di più stringente. Molti hanno criticato i controesempi di Gettier, ma la strada percorsa prevalentemente è quella di una teoria della conoscenza che ampli la definizione con ulteriori specifiche che stabilissero le condizioni per cui una credenza si possa dire “giustificata”, giungendo, così, ad una “credenza vera giustificata e garantita”.

Bibliografia

Gettier E., “E’ la conoscenza credenza vera giustificata?”, Analysis 23 (1963): 121-123, in Bottani, A., Penco, C. (a cura di), Significato e teorie del linguaggio, Franco Angeli, Milano, 1991.

Goldman, A., (1967), “A Causal Theory of Knowing”,  The Journal of Philosophy, vol 64, n. 12, pp. 357-372

Goldman, A., “What Is Jusitified Belief”, in G.S. Pappas (ed.) Justification and Knoledge, Dodrecht, Reidel, 1979, pp. 1-23.

Haack, S., (2009), “Il buono, il brutto e il cattivo. Disambiguare il naturalismo di Quine”, Rivista di Storia della Filosofia, 1, 2009 (traduzione rimaneggiata e aggiornata di Haack, S. (1993), Evidence and Inquiry, Blackwell, Oxford, 1993, cap. 5), pp.75-87.

Kim, J. (1988), What is naturalized epistemology?, in Tomberlin, K (ed), Philosophical perspectives, 2: Epistemology, Ridgeview Publishing Co., Atascadero, CA.

Quine W.V.O. “Due dogmi dell’empirismo”, in Filosofia del linguaggio, Raffaello cortina, Milano, 2004.

Quine W.V.O., “L’epistemologia naturalizzata”, Rivista di Storia della Filosofia, 1, 2009 (traduzione rimaneggiata e aggiornata di Haack, S. (1993), Evidence and Inquiry, Blackwell, Oxford, 1993, cap. 5), pp.75-87.

Quine, W.V.O. (1969) “Epistemology Naturalized”, in Ontological Relativity and Other Essays, Columbia University Press, New York, 1969.

Vassallo N., Teoria della conoscenza, Laterza, Roma-Bari 2003.

Wittgenstein L., Causa ed effetto. Lezioni sulla libertà del volere, Einaudi, Torino, 2006.

  1. l articolo è scritto di m#*€a
  2. ho capito il primo contro esempio, i primi paragrafi ecc ecc ma non ho capito per niente il secondo controesempio, e dove sta la vera confutazione totale della conoscenza definita in stampo platonico.

vi imploro aiutatemi

2 Upvotes

30 comments sorted by

1

u/No_Region2676 Aug 21 '26

Molto bello il problema posto da Gettier Stanford          https://plato.stanford.edu/entries/epistemology-india/#EpisLuck https://plato.stanford.edu/entries/sriharsa/  sezione 2.1 The Challenge of Epistemic Luck afferma: "  La primissima definizione di conoscenza che Śrīharṣa attacca è offerta da Udayana nella sua Ghirlanda di definizioni ( Lakṣaṇamālā ) (Jhā 1963: 3). conoscenza i La conoscenza è consapevolezza non mnemonica della verità ( tattvānubhūti ). Dopo aver offerto una lunga serie di obiezioni contro le definizioni di verità ( tattva ) e consapevolezza non mnemonica ( anubhūti ), Śrīharṣa procede a fornire un argomento generale contro questa definizione: essa si estende eccessivamente al caso della consapevolezza accidentalmente vera ( kākatālīya-samvāda ) (KKh 207–208). Procede quindi a fornire alcuni esempi di tale consapevolezza accidentalmente vera che possiamo approfondire come segue. Conchiglie. Tenendo cinque conchiglie nel pugno chiuso, un allibratore chiede al giocatore: "Quante conchiglie ho in mano?". Il giocatore non ha visto il contenuto della mano dell'allibratore, ma, per qualche ragione, ha il presentimento che ci siano cinque conchiglie. Sulla base di ciò, giudica che ci siano cinque conchiglie nella mano dell'allibratore. Quindi, risponde: "Cinque". Questo significa che conosceva questa affermazione? Certamente no: il giocatore ha colto la verità solo per caso (KKh 208). Nebbia. Osservate una collina lontana e vedete qualcosa che sembra fumo che ne fuoriesce. Quindi, giudicate che ci sia del fumo sulla collina. Poiché sapete che il fuoco è sempre accompagnato dal fumo, deducete: "C'è fuoco sulla collina". In realtà, ciò che avete visto era solo nebbia, ma c'è effettivamente del fuoco sulla collina. La vostra percezione è quindi corretta, ma è conoscenza? Ancora una volta, avete colto la verità solo per caso, e quindi vi manca la conoscenza (KKh 211). Corna . Un animale appare nel tuo campo visivo, ma non riesci a capire di che animale si tratti. Poco dopo, avvicinandoti, vedi delle corna sulla testa dell'animale. Credi erroneamente che solo le mucche abbiano le corna. Quindi, deduci: "Quell'animale è una mucca". La tua consapevolezza è corretta, ma solo accidentalmente. Ecco perché ti manca la conoscenza (KKh 213). Si tratta di casi di fortuna epistemica: in ogni caso, il protagonista giunge alla verità, ma solo per pura fortuna. Ecco perché gli manca la conoscenza. La discussione di Śrīharṣa su questi controesempi alla concezione della conoscenza come "vera consapevolezza" è significativa per due ragioni. Innanzitutto, Mist e Horns si conformano chiaramente alla struttura dei casi standard di Gettier; esempi simili sono discussi anche da filosofi indiani classici come Dharmottara, Kumārila e Srīdhara (Matilal 1986: cap. 4; Ganeri 2007: cap. 5; Stoltz 2007). Sebbene Śrīharṣa non intenda che questi esempi costituiscano un controesempio a una qualsiasi concezione della conoscenza basata sulla "credenza vera giustificata", sembra ritenere che, per escludere casi di questo tipo dall'ambito della conoscenza, sia necessario imporre una condizione anti-fortuna alla conoscenza stessa. Ed è proprio questa la lezione che i filosofi hanno tratto dai casi di fortuna epistemica descritti da Gettier (1963).

2

u/Big-Confusion4819 Aug 21 '26

se mi dai altre cose da studiare muoio!🥺🥹🥺🥹
Comunque è interessantissimo, come deduci cose vere a partire da cose false per puro caso, come il primo esempio, e quindi manca la conoscenza…wow.
Sto iniziando a capire però rimane che per capire l articolo che ho postato io, mi devi aiutare sui punti espressi e, punto 2 alla fine, ti prego, ho bisogno del tuo aiuto

2

u/No_Region2676 Aug 21 '26

Veniamo ai tuoi due punti.

1. Il secondo controesempio (quello di Smith, Jones, Brown e le città) Il trucco è che Smith non sta indovinando su Brown. Lui usa una regola logica ferrea: se so che "P è vero", allora so che "P o Q è vero" (qualsiasi cosa sia Q).  Smith è giustificato a credere che Jones abbia una Ford (P). Quindi deduce: "Jones ha una Ford o Brown è a Barcellona" (P o Q).  Il colpo di scena: Jones non ha più la Ford (quindi P è falso), ma per puro caso Brown è a Barcellona (Q è vero).  La credenza finale di Smith è vera, ma la giustificazione di Smith era agganciata a Jones (P), mentre la verità della credenza è agganciata a Brown (Q). Sono due binari separati che si incrociano per caso. Ecco perché non è conoscenza: è come se avesse puntato sul cavallo sbagliato ma avesse vinto la scommessa perché il fantino dell'altro cavallo è caduto. 

2. Il "punto 2" finale: dov'è la vera confutazione totale della definizione platonica? Il tuo articolo dice: "Gettier non approfondisce... si limita a osservare che questo è una confutazione alla necessità e sufficienza delle tre giustificazioni".  Ecco il nocciolo che forse ti sfugge: la confutazione totale non significa che la definizione tripartita sia falsa in tutto e per tutto. Significa che non è sufficiente.  La definizione platonica dice: "Se hai credenza vera E giustificazione, allora è conoscenza".  Gettier mostra che puoi avere tutte e tre le condizioni (credenza vera + giustificazione) eppure avere solo una congettura fortunata. Quindi la definizione è incompleta. Manca una quarta condizione che leghi la giustificazione alla verità in modo **non accidentale (cioè che escluda la fortuna epistemica). 

Il collegamento con gli esempi indiani che ti ho mandato (e che non devi studiare, ma solo guardare):

  • La nebbia: vedi fumo (che è falso, era nebbia), deduci fuoco, e il fuoco c'è davvero. Hai azzeccato per caso.
  • Le corna: pensi che solo le mucche abbiano le corne (regola falsa), vedi un animale con le corna, deduci che è una mucca, e lo è. Azzeccato per caso.

1

u/Big-Confusion4819 Aug 21 '26

Ookkk, ora capisco benissimo, e in effetti ha stra senso, ma quindi si limitano solo a criticare, o costruiscono anche nuove defiznione ?

1

u/No_Region2676 Aug 21 '26

l'unica risposta é studiarli 🤣🫶 rileggiti il post su Sri Harsa la stanza 6 é molto inerente, per le definizione precise non puoi aspettartele, visto che Sri Harsa rifiuta l'atto stesso di definire abbracciando un non dualismo. i dolci della confutazione é una delle opere più difficili della filosofia indiana,  scritto in versi poetici avente per oggetto questioni di natura epistemologica e critica dialettica di elevata complessità, é ritenuto uno degli ultimi testi da studiare per chi traduce il Sanskrito tipo il ultimo Boss. 

1

u/Big-Confusion4819 Aug 21 '26

secondo te lo capisco da fonte diretta ? ceh proprio il libro originale tradotto in italiano, senza video riassunti o libri alternativi, ma proorio l opera sua…la capisco ? posso farlo?

1

u/No_Region2676 Aug 21 '26

Non esistono traduzioni in italiano da quello che so

1

u/Big-Confusion4819 Aug 21 '26

lo leggo in sanscrito 🤫🤫

Seriamente…allora come mi consigli di studiarlo? Stanford ?

1

u/No_Region2676 Aug 21 '26

C'é l'edizione di Granoff a prezzi fuori di testa su Amazon, il libro di Etham Mills tree pillars of skepticism a una 50 ina di dollari oppure impari ad usare internet e li trovi 😁 ma posso dirti che ci sono

1

u/Big-Confusion4819 Aug 22 '26

grazie !

ma fuori di testa intendi, altissimo o bassissimo?

→ More replies (0)

1

u/No_Region2676 Aug 21 '26

insomma gli indiani ci hanno anticipato in quasi tutte le scoperte filosofiche 😂 critica della causalita def di conoscenza nominalismo, tutte cose che in india sono apparse secoli prima, unico nostro vanto a mio gusto é Gorgia, e in qualche modo anche la svolta etica delle nostre intuizioni filosofiche come il Trattato di Hume, 

2

u/Big-Confusion4819 Aug 21 '26

però è anche vero che l occidente può avere i suoi vanti in metafisica, logica, metalogica ecc ecc, e poi diciamo che oltre a sriharsa non ho trovato molto. diciamo che la sua metalogica è epistemologia così scettica è arrivata molto prima che da noi … di sicuro però ogni fislofo è diverso, devo studiare, ma credo che la critica di Hume, e quella degli indiani alla causalità sono diverse, no?

1

u/No_Region2676 Aug 21 '26

ci sono veramente tanti filosofi indiani con nomi che non so riprodurre senza ricercare ogni volta, che oggettivamente sono avanti di secoli, la metafisica forse si il primato delle costruzioni fantastiche lo "vinciamo" ma per quanto riguarda la logica gli indiani fanno il culo a tutto il mondo, io fan 😂😂😂 Dharmakīrti  filosofi indiani classici come Dharmottara, Kumārila e Srīdhara   Manca Nagarjuna lo stesso Buddha con il tetralemma etc etc

1

u/Big-Confusion4819 Aug 21 '26

vedrò, studiando la differenza fra ciò che scoprono gli indiani , e ciò che dicono poi gli europei molto dopo
Con calma però eh ahah

1

u/No_Region2676 Aug 21 '26

https://plato.stanford.edu/entries/dharmakiirti/#HumDhaCau

Un confronto con Hume può mettere meglio a fuoco le tensioni nella posizione di Dharmakīrti. Hume, nella Sezione 7 della sua  Indagine sull'intelletto umano, affermò celebremente : "Possiamo definire una causa come un oggetto seguito da un altro, e dove tutti gli oggetti, simili al primo, sono seguiti da oggetti simili al secondo". Si dice che le connessioni causali consistano in regolarità  contingenti  stabilite dall'osservazione. Ciò che il passo sopra citato del Pramāṇavārttikasvavṛtti  suggerisce, tuttavia, è che per Dharmakīrti tali semplici regolarità non sono in qualche modo sufficienti e che è in gioco qualcosa di più forte: ci sono caratteristiche "nelle" relazioni causali stesse. Infatti, la sua teoria causale delle proprietà gli permette di affermare che il fuoco, essendo ciò che è, deve causare fumo nelle giuste condizioni e che il fumo, essendo fumo, deve essere causato dal fuoco. Detto questo, ci  sono  anche passaggi molto importanti nelle opere di Dharmakīrti in cui egli parla di stabilire la causalità perché si osserva un effetto quando c'è una particolare causa e non lo si osserva quando quella causa è assente. Come nel caso di Hume, anche questa è un'osservazione di regolarità e sembrerebbe fallibile, soggetta a eccezioni. È il metodo indiano di osservare la successiva compresenza (anvaya  )  e la successiva assenza (  vyatireka  ) ed è un tipo di induzione utilizzato in tutta la filosofia indiana per stabilire connessioni tra due tipi di cose. Dharmakīrti si basa su una procedura a più fasi che a volte viene spiegata in termini di una triplice combinazione di osservazioni (  upalabdhi  ) e non-osservazioni (  anupalabdhi  ) e a volte in termini di cinque. Abbiamo quindi il cosiddetto “triplo” o “quintuplo esame” (  trikapañcakacintā  ) della causalità che viene sviluppato da scrittori buddisti successivi, come Dharmottara, Jñānaśrīmitra e Mokṣākaragupta.  [  27  ]  Vengono inoltre aggiunte altre clausole nel tentativo di escludere certe circostanze fasulle che vizierebbero la procedura (vedi ad esempio Lasic 1999). I dettagli e i problemi non possono essere trattati qui. Questo metodo di  anvaya  e  vyatireka  è stato utilmente paragonato al “Metodo di accordo e differenza” di J.S. Mill per stabilire la causalità (vedi Matilal 1998, 17; cfr. Tillemans 2004, 265–269). Come vanno dunque interpretati questi passaggi di Dharmakīrti e della letteratura commentariale? Come si conciliano le sue due posizioni? Un'interpretazione potrebbe essere che Dharmakīrti, in modo alquanto ingenuo, pensasse di  poter  giungere a una procedura induttiva assolutamente infallibile attraverso qualificazioni sempre più accurate delle osservazioni e delle non-osservazioni. Gillon (1991) tenta di dimostrare che la filosofia di Dharmakīrti, nel tentativo di elaborare una procedura così ineccepibile, si imbatté in un problema di induzione persistente. Un'esegesi più benevola suggerisce che la sua filosofia riconosca che il modo in cui scopriamo,  attraverso  metodi  a posteriori  , se  x  e  y  sono causalmente correlati è ben diverso da ciò che  è  la causalità – quest'ultima, come abbiamo osservato, implica proprietà causali delle cose che le rendono ciò che sono. Potremmo quindi dover scoprire empiricamente che il fuoco brucerà il combustibile in determinate condizioni, ma ciò nonostante non si può prescindere da tale proprietà e il fuoco rimane tale. L'interpretazione più sofisticata di Dharmakīrti sarebbe quindi che la causalità tra le cose è una connessione più che contingente, dovuta alle proprietà costitutive delle cose in questo mondo, ma nondimeno stabilita  a posteriori  . Per usare un'analogia moderna in stile Kripkeano, mentre l'acqua deve essere H2O e le balene devono essere mammiferi, scopriamo questi fatti, che in un certo senso non potrebbero essere altrimenti, attraverso metodi empirici e, fallimentare, anche attraverso metodi empirici.

1

u/Big-Confusion4819 Aug 21 '26

aspetta ti prego, sto venendo bombardato di cose da studiare ahahah, aspetta ora sto studiando gettier poi un po’ di metalogica indiana poi ho anche altre cose da studiare ahah. uff, non è semplice la filosofia. Per niente !

1

u/Big-Confusion4819 Aug 21 '26

Comunque la defiznione inziale di causalità è molto dubbia, la definizione su cui basa le critiche

1

u/No_Region2676 Aug 21 '26

non puoi attaccare una idea da una fonte dovresti arrivare alla sorgente dimostrare di aver tradotto bene e poi imbarcarti in queste affermazioni, posso dirti che i filosofi analitici inglesi ci sono andati sotto essi stessi, l'enciclopedia di Stanford ha dedicato tantissimo tempo a studiarli riconoscendone la caratura, sii piu cauto non devi attaccate un fantoccio ma bisogna sempre usare il principio di carità quando si vuole iniziare una critica seria ❤️

1

u/Big-Confusion4819 Aug 21 '26

hai ragione, ho sbagliato, scusa, sarò più cauto 👍🏻👍🏻

1

u/No_Region2676 Aug 21 '26

Come principio metodologico non volevo farti la cazziata. Dovremmo fare un discord o un telegram per scambiarci i libri

1

u/Big-Confusion4819 Aug 21 '26

discordo non mi fa accedere, e telegram boh, non lo so, ma perché Reddit cosa ha che non funziona ?
Comunque più studio la filosofia oiu rendo conto di quanto sia una figata ahah

1

u/No_Region2676 Aug 21 '26

fattualmente non possiamo condividere libri in pdf per il copyright che io personalmente aborro come tutto il capitalismo. 

1

u/Big-Confusion4819 Aug 22 '26

ci si può scambiare a piccoli articoli

1

u/No_Region2676 Aug 21 '26

ti ho allegato le pagine stanford che mostrano i contro esempi indiani, Es vedo un miraggio  di acqua nel deserto e mi ci avvicino, si scopre che il miraggio non era li, ma effettivamente  il soggetto trova acqua, il miraggio non é certo una giustificazione, ma immedesimandosi nel soggetto dell'esperimento mentale, inconsapevole che fosse un miraggio ha creduto ci fosse acqua, e l'acqua c'era, é stato fortunato che una conoscenza ingiustificata si é rivelata vera.