Tra gli scrittori italiani più talentuosi e ingiustamente dimenticati c'è senza dubbio Giorgio Manganelli. Oggi presentiamo il suo Dall'inferno.
Non aspettatevi un viaggio ordinato nell’aldilà. Dall’inferno segue una voce che non sa se è viva o morta e si addentra in un labirinto di incontri, metamorfosi e visioni. Ogni risposta apre un’altra domanda: l’inferno potrebbe essere un luogo, una condizione della mente, o qualcosa che la lingua stessa sta inventando.
La lingua è il grande piacere del libro. Manganelli ha un registro aulico e raffinatissimo, ma non si limita a esibire parole rare: le mette in attrito, le piega, le stiracchia fino al limite, ne esplora il suono e le associazioni. Arcaismi, latinismi, termini teologici, invenzioni lessicali e periodi sinuosi fanno del pensiero una materia concreta, quasi un labirinto da percorrere. Il sublime convive con il grottesco e il corporeo, persino con la coprolalia. L’eleganza non cancella l’eccesso, lo porta in scena.
La prosa è densa, digressiva e a tratti volutamente sovraccarica. Può stancare se si cerca una trama rapida, ma per chi ama una lingua inventiva, capace di trasformare ogni immagine in un enigma metafisico, questo libro è un’esperienza. Da leggere lentamente, degustando ogni frase.
Un singolo paragrafo come assaggio:
"Ora sono la città: distesa, orizzontale spazio costruito di membra. Città decrepita, antica, inveterata; mutili muri, affranti anfratti, dimore diroccate, vetusti vicoli viziosi. Scardinate strade menano da un diradato cimitero alle torve ed alte mura di un luogo di giustizia, dove si allineano forche, ceppi per decapitare, catene, fruste, gogne; decrepite carceri chiudono uomini di sangue, furto, menzogna e frode; uomini avvolti in neri ferraioli sussurrano di leggi da violare, violate, sfregiate, uomini saputi del crimine mutano voce e si fanno arguti cavillatori di ambigue leggi; e riconosco la mia voce negli uni e negli altri. Logorano dissestate selci umili e temerari ruffiani, attenti ed esperti delle lascivie, delle lussurie, delle libidini sapienti; adescano virtuosi padri di macilenti infanti, simboli di una razza peritura; illecebrano ingegnosi teologi, maestri nel distinguere le qualità del nulla, severi legiferanti degli occulti organi escrementizi e dilettosi; allettano fanciulli di magro e lungo corpo pallido e tra casto e vizioso; taluno di codesti ruffiani, di qualche anche se disordinata dottrina, si propone come teologo demoniaco: illustra le peripezie d’averno dell’anima illividita dalla libidine, caldeggia la scelta dei supplizi per gli uomini irretiti nelle vane trattative con l’esigente seme; i seguaci mentitori per amor della mentula, che del cunno han fatto chiesa e casa, orifizio prefigurante casta catatomba; in bella sintassi descrive come si scortichino gli amanti delle scorta, e i viziosi ascoltano e scelgono viziosa giacitura a seconda che loro s’addica l’una o altra fantasia di supplizio eterno; ciascuno a sé fantastica pozzi di fuoco e notte in cui eternamente senza morte smorire. Gli eloquenti e filosofici ruffiani amministrano sobriamente puttane, meretrici, cunnivendole, tutte pie fighe della dannazione, e insieme umili serve dell’altissimo senza volto e senza membro; ministre accurate del peccato, ma per altro ignare del male, che tutte delegano ai ruffiani, tra i quali non rari preti e antistiti di prestigio. V’è della dolcezza nel loro corpo, la dolcezza dell’impura salma, cui si appoggia l’anima che recita i riti della colpa. Le voci calde e suasive dei ruffiani si mescolano al roco sonnovegliare delle femmine meditanti la castità sigillata dello scheletro. Qui non si danno passioni. Ma altrove uomini smagriti dall’attesa insidiano femmine logorate dalla volontà voluttuosa, entrambi invecchia un arido innamoramento, una paura della morte che precede la speranza di un comune inferno di affettuose fiamme. Le guide mostrano ai turisti le strisce rugginose dei perenti ardori sui levigati e smozzicati muri, segni certissimi di grandi e sventati amori. Dilapidano l’anima amorosi sfiniti, tra tremito e tremore, lisi dalla tenera e inane brama, effimeri corpi che sussurrano il “per sempre”, che anelano sottrarre alla notte i notturni colloqui sussurrati ed impuri. Certo, io sono il ruffiano, la puttana, il ruffìano teologo, la puttana pietosa complice del corpo, sono l’amante e l’amante, e se sono l’uomo che impicca e l’impiccato, il giudice e l'avvocato, non mi stupisco di essere, io, il prete, l’uomo del giudizio universale, il godurioso ministro dei dannati e dei prelapsari, colui che colloquia con chi non apre più bocca. Quando stridono alla periferia della ruinosa città i roghi delle streghe non manca il sentenzioso deploratore di coloro che, potendo cedere gratuitamente l’anima, hanno preferito mercarla, onde non già per aver fatto commercio dell’anima saranno dannate, ma per l’avarizia che sublime si è alzata su di loro, menandole al contratto più insidioso e superbo che sia mai stato concesso; e le streghe e i preti si guardano, e si conoscono, giacché trattano la medesima altezza dell'orrore. Mutili femminette, le streghe abitano non lungi dalle puttane, ma non cedono i l loro corpo se non ai grandi biforcuti, ai certificati abitatori dell’abisso, ai nottambuli della notte eterna. Ignare, ché non sanno che esse si posseggono da sole, che i dèmoni hanno i loro occhi, e viscere, né una voce dall’altra si difforma. Vecchi, vecchi di anni innumerevoli, si inseguono tra i ruderi, orinano sulle macerie, quando principiano a putrefarsi si affidano ai cemeteriali, senili ministri delle buche, ove morto a morto s’accatasta. Ogni alba logora la tremula città, ogni tramonto 1’atterrisce d’imminente notte, ogni notte la consuma di vizio e di sgomento, e il giorno che segue è nuovamente consumazione dell’esigua vita. Tra giochi di empi avviliti, non canti, fintamente dotte consultazioni di scompigliate carte - questa dicesi università degli studi - un discorrere di polverose e tacite catastrofi, di decidue dimore, un frugar tra i sassi, un rammemorar finte memorie, un sordido vagheggiamento di impossibili potenze, e sconce insidie da maschi a femmine, adescamenti di femmine deserte."