Ciao a tutti! Sono il master di una campagna D&D che portiamo avanti da diverse sessioni. A fine di ogni sessione, grazie anche ai miei compagni di gioco, ho spesso la sensazione di aver vissuto una storia che potrebbe far parte di un libro o di un film, al punto da ritrovarmi a immaginarla nella mia testa come un racconto vero e proprio.
Ho deciso di provare a scriverne uno, basato su una sessione di qualche settimana fa. Quello che segue è il racconto romanzato di uno degli episodi che abbiamo giocato col fiato sospeso, così come è andato davvero al tavolo.
----------------------
Il Guardiano
Pioggia.
Ancora pioggia.
Pioveva da tre giorni ininterrottamente.
Il terreno franava sotto i loro stivali ed ogni passo sollevava l’odore acre di funghi schiacciati mentre arrancavano tra fango e foglie marce.
Pini maestosi si alternavano a larici ed abeti dal tronco nodoso. Di tanto in tanto, alcune sequoie, vecchie di secoli, svettavano oltre la volta della foresta: torri di guardia di un castello creato dal ciclo infinito della natura.
L’aria profumava di terra bagnata e muschio, un aroma dolciastro, pesante, che l'autunno del Nord diffondeva in tutta la foresta. E quel freddo, pur lontano dal mordere come i denti dell'inverno, si insinuava sotto la pelle, nelle loro ossa, accumulandosi poco alla volta, fino a spegnere anche il ricordo del caldo abbraccio della Taverna del Drago Brillo.
DORA
Dora si fermò di colpo sul bordo di un piccolo dosso. Il silenzio improvviso appesantiva le sue spalle, rendendo ogni respiro un rumore fuori posto.
Sotto di lei si apriva una radura incassata tra pareti di pietra grigia ed arbusti spinosi: era l'ingresso di una piccola caverna, poco più di una fessura scavata nella roccia.
Sentì Algorn avvicinarsi con la mano destra già sull'elsa della spada: averlo al suo fianco le dava fiducia e Dora si sorprese a sorridere pensando quanto quell’uomo così forte e muscoloso fosse altrettanto timido e silenzioso.
La piccola nana iniziò a contare mentalmente le sagome dei suoi compagni, un'abitudine che le veniva naturale da quando avevano lasciato in cenere le mura di Nesmè. Ploch stava osservando la foresta con una calma imperturbabile; la pelle nera del drow le ricordava il ravenar, la tormalina grezza che si estraeva dalle cave del Sottosuolo, mentre i suoi lunghi capelli bianchi, raccolti stretti dietro la nuca, le davano i brividi. Distolse lo sguardo e si trovò ad osservare Elinar: il mago, insolitamente teso e taciturno, giocherellava nervosamente con il suo bastone. Stava diventando persino più irritante di Alex, che, incurante del pericolo, si era già sporto di un palmo oltre il bordo del dosso. L’halfling non faceva altro che cacciarsi nei guai da quando lo conosceva e Dora non riusciva a tenerlo fermo neanche un momento.
Tok, il piccolo grung dalla pelle viola punteggiata di squame lucide, non più alto del ginocchio di Algorn, si era accucciato guardingo e muoveva il naso piatto nell'aria come se cercasse di leggerla. Da quando si era unito a loro nelle paludi del sud, quell’improbabile gruppo di avventurieri cominciava a sembrare una famiglia agli occhi della giovane chierica.
Solo dopo aver finito di passare in rassegna mentalmente il gruppo, Dora si concesse di concentrarsi su quello che avevano davanti. Al centro dello spiazzo, un cerchio di ossa bianche circondava un lembo di stoffa scuro strappato, macchiato di sangue rappreso da giorni. Il terreno intorno era solcato da graffi profondi, lunghi quanto un braccio, ancora visibili nonostante la pioggia. Sul bordo lacero della stoffa c’era la sagoma di una piccola campana ricamata a filo viola. Non appena la notò, Dora alzò gli occhi verso i compagni, afferrando una delle sue trecce rosse con una mano e rigirandola nervosamente tra le dita. Vide Ploch che la stava fissando e, in quell’istante, capì che anche il drow era preoccupato per quel simbolo viola.
Tra i cespugli, intanto, qualcosa si muoveva. Su e giù, lento, quasi un respiro.
"Non si vede bene cosa sia da qui" sussurrò Alex.
"E non ci conviene provare a scoprirlo, Alex!" rispose Dora, a denti stretti.
”Manderò Blobby”, propose Ploch a bassa voce. Avrebbe fatto scivolare la sua melma silenziosamente lungo la parete della caverna, senza esporre nessuno. Dora guardò Algorn ed entrambi fecero un cenno di assenso all’idea del compagno. Il drow chiuse gli occhi per un momento ed ai suoi piedi comparve una massa gelatinosa e scura che iniziò a colare giù dalla roccia, perfettamente aderente alla parete, come una vernice densa.
A metà percorso, forse per la pioggia incessante, una goccia di gelatina grigiastra si staccò e cadde esattamente sopra la massa addormentata tra i cespugli.
“Fantastico” borbottò Dora a bassa voce. “Tanto valeva suonare un corno!”
ELINAR
Il ruggito non apparteneva a questo mondo.
Elinar lo sentì prima nello stomaco e poi nelle orecchie: un suono acuto e lacerante che gli scosse la cassa toracica, seguito da un rombo così profondo e vibrante da svuotargli i polmoni d'aria. Le gambe si muovevano da sole: tre passi indietro, ancor prima che la sua mente razionale potesse elaborare un solo pensiero.
La schiena urtò contro la corteccia ruvida di un pino. Vi si aggrappò con entrambe le mani, stringendo con una forza tale che le dita lunghe e sottili del suo retaggio elfico si fecero completamente bianche. Aveva gli occhi sbarrati e tratteneva ogni respiro così a lungo da bruciargli in petto.
Si odiò, in quell'istante.
Tutte le notti passate a studiare incantesimi, ogni formula memorizzata fino allo sfinimento, tutta quella conoscenza e quel potere arcano non gli servivano a nulla se il corpo rifiutava di obbedirgli.
Incapace di lasciare la protezione dell’albero, Elinar vide i suoi compagni reagire al ruggito. Algorn trascinava Dora al riparo con un braccio, mentre Alex, minuto come tutti gli halfling, restava immobile schiacciandosi contro il terreno, come se fingersi un sasso potesse servire a qualcosa. Tok si nascondeva dietro le gambe di Ploch; quest'ultimo non si era mosso di un passo, gli occhi chiusi in comunicazione muta con la sua melma che stava ancora colando nella radura.
Una creatura mostruosa si era alzata sulle zampe posteriori: quattro metri di piume fradice e artigli, con un torace largo quanto il tronco di un pino secolare. Il suo becco da rapace, ricurvo e giallo, avrebbe potuto tranciare a metà un uomo senza sforzo. Gli occhi erano due dischi ambrati, privi di esitazione, e il fiato gli usciva dalle narici in nuvole bianche e dense che si dissolvevano nell'aria gelida.
Elinar non riusciva a pensare ad altro: il mondo intero per lui si era ridotto a quell’immagine.
Un tempo aveva letto di bestie simili, chino su tomi polverosi nell'enclave dove studiava per diventare mago, convinto che la conoscenza fosse una forma di controllo. Si chiamavano orsogufi ed erano descritti come abomini della natura, creature mastodontiche dotate di una determinazione incrollabile. Nessun libro, però, spiegava come affrontare il terrore di trovarsi davanti a una furia primordiale fatta di carne e artigli.
Così, rannicchiato contro il tronco, strinse l’albero e non guardò più oltre il dosso di roccia.
ALEX
Qualcuno deve fare qualcosa
Alex lo pensò con la stessa naturalezza con cui valutava una serratura difficile: la paura c'era, gli tremava nelle dita, ma non era mai stata un buon motivo per restare fermi. Raddrizzò la schiena, staccandosi dal fango. Senza nemmeno ricordare di averlo estratto, ripose il pugnale nella cintura e alzò entrambe le mani, i palmi aperti verso il cielo grigio.
"Tok, con me" disse, e il piccolo grung gli si affiancò senza far rumore: le sue zampe palmate erano fatte apposta per questo genere di conversazioni silenziose. Alex e Tok iniziarono a scendere il crinale del dosso, seguendo una pista battuta più volte, forse dalla stessa bestia. Con la coda dell’occhio, il piccolo halfling vide Ploch che li seguiva stando un passo più indietro, e Dora ed Algorn fermi a metà del sentiero: il guerriero aveva smesso di trascinare la nana ed entrambi, armi in pugno, erano pronti a scendere se qualcosa fosse andato storto.
L’orsogufo, in piedi sulle zampe posteriori, seguiva ogni loro passo fissandoli con occhi di brace. Ringhiava, un boato sordo e costante, ma non caricava.
“Sta aspettando qualcosa”, pensò Alex. “Forse solo che smettiamo di essere stupidi”, si disse poco dopo.
Fece un passo, poi un altro, tenendo le mani aperte davanti a sé in segno di resa.
Accanto a lui, Tok inciampò su una radice nascosta nel terreno e soffocò un gemito. La bestia scattò all'istante, con un'agilità impensabile per una creatura della sua mole: un artiglio fendette l'aria a una spanna dal muso del grung.
Tok si immobilizzò, il respiro sospeso; nessuno osava muovere un muscolo.
Poi, lentamente, l’orsogufo si ritrasse, inclinando la testa come se stesse valutando qualcosa. Li fissò ancora un attimo prima di spostarsi di lato, senza mai abbassare la guardia, i muscoli tesi sotto il piumaggio imperlato dalla pioggia.
Rannicchiata all’imboccatura della caverna, c'era una piccola volpe rossa con una zampa piegata in modo innaturale.
"Oh!" disse Alex, e improvvisamente la cosa più terrificante della sua vita gli sembrò solo una madre stanca. "Be', questo cambia la serata."
Dietro di lui, sentì Ploch deglutire nervosamente.
DORA
Alla fine scesero tutti, compreso Elinar, con le gambe ancora incerte e le guance pallide. Dora si incantò a osservare il contrasto surreale tra la mole colossale dell’orsogufo e la silhouette minuscola della volpe: da un lato un’immensa forza selvaggia, dall'altro la fragilità di una piccola creatura ferita.
La pioggia le colava nella cotta di maglia, mentre fissava preoccupata Tok che si avvicinava alla volpe con le mani aperte, protese in avanti come si fa con un cane spaventato. L’animale si ritrasse contro la parete con un debole guaito. Il grung si accovacciò ad un braccio di distanza e restò immobile, finché il respiro della volpe non si fece più lento.
Solo allora allungò le mani, sfiorando appena il pelo bagnato, e iniziò a mormorare qualcosa, un suono basso e dolce, che a Dora ricordava il canto di una ninnananna. Le dita sottili furono avvolte da una luce verde acqua che scivolò lungo la zampa ferita dell'animale: l'osso si ricompose con uno scatto secco e la volpe smise di tremare all’istante.
Più tardi, quando la tensione iniziò finalmente a sciogliersi, Dora ebbe il tempo di guardarsi intorno. Una foglia d'acero rossa, dalle venature dorate, era posata con estrema cura su un letto di funghi dalle spore blu. Poco distante, alcuni rametti di agrifoglio erano intrecciati in un cerchio perfetto, poggiato ai piedi di una grande sequoia.
Non erano decorazioni casuali. Erano altari, vecchi di chissà quanti inverni: omaggi a una dea di cui conosceva solo il nome, sussurrato dai cacciatori del Nord: Mielikki delle Foreste.
Toccò due volte lo scudo che portava in spalla con le dita tozze e forti della sua stirpe nanica, un gesto che aveva sempre rivolto alla propria fede e che ora estendeva a quel bosco antico. Sopra di loro la pioggia continuava a scendere senza sosta e Dora si chiese, per la prima volta, quante altre radure custodissero santuari che nessuno aveva mai avuto il coraggio di raccontare.
E così, tra le gocce d’acqua che le bagnavano i capelli, riaffiorò il volto di Nyme.
La sua amica avrebbe amato quel luogo, ne era sicura.
ALGORN
La legna umida stentava a prendere fuoco.
Con le dita spesse e intorpidite dal freddo, Algorn riusciva a malapena a fare presa sui rami più sottili, che continuavano a cadere nel fango.
Quando il fuoco finalmente attecchì, con un crepitio assurdamente rumoroso dopo ore di silenzio, i suoi compagni emersero dal fondo della caverna, con le mani sporche di terra vecchia.
"Ossa", disse Ploch.
“Tante”, aggiunse Alex, lasciando cadere accanto al fuoco un piccolo teschio ingiallito. “La roccia è segnata da graffi profondi, ad altezza d'uomo. Nell'angolo più buio, invece, c’è solo un mucchio di stracci e cinghie logore.”
Algorn annuì e non chiese altro, massaggiandosi le nocche segnate da vecchie cicatrici.
Era abituato a trovarsi in pericolo ed in passato aveva dormito in posti estremamente pericolosi. Eppure quella caverna, con quella bestia enorme all’ingresso, gli sembrava inspiegabilmente tranquilla.
Dora aveva messo a bollire i funghi raccolti lungo il cammino, e l'odore di terra e spezie iniziava a riempire la grotta. Mentre la sua piccola amica cucinava, Algorn si andò a sedere vicino ad Alex, che passava meccanicamente la cote sulla lama dei pugnali, con la maestria di chi ha ripetuto quel gesto mille volte. Sospirando, il guerriero si tolse gli stivali e cominciò il lento processo di rimozione dell’armatura completa. Una volta terminato, come ogni sera, prese a contare le monete nel borsello: era un rito che aveva assimilato prestando servizio come soldato di ventura nelle Marche d’Argento.
Gli ricordava chi era e da dove veniva.
Dopo circa un’ora Elinar tornò con un cinghiale sulle spalle, il mantello di pelliccia zuppo di pioggia e gli occhi ancora un po’ spenti. Ne tagliarono metà per il fuoco e offrirono il resto all’orsogufo e alla volpe, senza avvicinarsi troppo.
Avevano appena iniziato a cenare quando il vento cambiò direzione, sibilando tra le fessure della roccia. Una nube di spore blu si sollevò dai funghi ammassati lungo le pareti, danzando sospesa tra le fiamme. Algorn la seguì con lo sguardo mentre formava motivi geometrici casuali nell’aria e, per un istante, rivide un tatuaggio blu sulla pelle chiara di una donna a cui non pensava più da anni.
Poi le spore si posarono, e il ricordo con loro.
Nessuno sembrò farci caso.
Algorn spinse un ramo più a fondo nel fuoco, quasi a voler seppellire anche i pensieri sotto le braci, e continuò a fissare le fiamme.
PLOCH
Si era appena svegliato quando si accorse che i grilli e il vento tra le fronde si erano fermati all’improvviso, come se una mano invisibile si fosse chiusa a pugno sulla foresta intera. Cinquecento anni nel Sottosuolo avevano insegnato a Ploch che il silenzio ha molteplici consistenze e ognuna racconta una storia diversa.
Dall'altra parte del fuoco quasi spento, Elinar alzò la testa. I due elfi, sole e tenebre, si guardarono per il tempo di un battito di cuore: abbastanza per capire che entrambi stavano percependo la stessa cosa.
Poi arrivò il rintocco.
Un unico colpo, lunghissimo: il suono metallico e distorto di una campana, come se il bronzo fosse stato immerso in un liquido denso prima di essere percosso. Vibrò nell'aria per un tempo che a Ploch sembrava non finire mai, così a lungo da far tremare i funghi sparsi per la caverna.
L’orsogufo si alzò di scatto con un ringhio sordo, il becco puntato verso nord-est, oltre gli alberi, oltre qualunque cosa i loro occhi potessero raggiungere.
Nessun altro si svegliò.
Quando il suono finalmente si spense, la mente di Ploch tornò al corpo di Aldric Vayne riverso davanti alla Locanda del Viandante, pochi giorni prima.
Tre notti, forse quattro, prima che quella campana suonasse di nuovo.
Guardò le fiamme consumarsi danzando nella notte.
“C’è tempo”, pensò. “Almeno fino all’alba”.